Inaugurato il nuovo Spazio Bertoni

Il primo grande passo del progetto #com.viso è stato fatto. Oggi si inaugura Lo Spazio Amleto Bertoni, concepito come risultato di un programma di ricerca, scambio e collaborazione tra le realtà presenti sul territorio saluzzese. Curato da FWstudio e co-partecipato dagli istituti saluzzesi Soleri-Bertoni/C.Denina-Pellico/G.B.Bodoni/Scuola APM, il “museo” vuole narrare la storia di Amleto Bertoni e con lui un tratto di ‘900 saluzzese. Lo Spazio Amleto Bertoni è progettato per essere un luogo di conservazione e mostra delle arti artigiane e dell’antiquariato, sia un punto di riferimento e promozione dinamico per i soggetti partecipanti e per la comunità saluzzese.

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Spazio Amleto Bertoni

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Tra le attività previste in questi due anni c’è la realizzazione del nuovo spazio espositivo dedicato ad Amleto Bertoni, nei locali al piano terra della Fondazione. FW Studio, un collettivo di architetti di Torino, ha vinto la gara relativa all’ideazione e all’allestimento anche in virtù della spiccata vocazione partecipata del progetto con cui si è candidato. La realizzazione avverrà infatti coinvolgendo attivamente la Scuola di Alto Perfezionamento Musicale per quanto riguarda i contenuti audiovisivi e, in perfetta continuità con molte iniziative legate a #com.viso, alcuni istituti superiori del territorio saluzzese: la sezione “legno” del Denina-Pellico, il liceo Soleri-Bertoni e il liceo Bodoni.

I lavori inizieranno a breve e i nuovi locali verranno inaugurati in occasione della nuova edizione di Start prevista per l’inizio di maggio.

Scambio di competenze

#com.viso impatta fortemente su Saluzzo perché andrà a sostenere la creazione di un centro giovani di matrice europea. Un luogo nel quale non si fanno cose per i giovani, ma i giovani operano e contribuiscono al benessere della comunità attraverso proposte ed iniziative direttamente attivate e gestite da loro. Una grande centrale operativa del territorio capace di essere punto di riferimento culturale. Paolo Caraccio, il comandante della nave, ha quindi proposto di organizzare due giornate di formazione orizzontale è condividere metodi e le modalità di gestione di gruppi per facilitare i processi decisionali utilizzati nei rispettivi versanti del Monviso, e definire quindi uno strumento essenziale dell’animatore sociale. Vogliamo qui di seguito descrivere gli elementi più significativi.

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METAPLAN. Un metodo formale che tende a contenere la dimensione espressiva a favore di quella ragionata. Facciamo un esempio. Scrivete un post-it per ogni domanda. Ad esempio: quali sono gli scopi dell’animazione partecipativa? Ogni partecipante risponde e l’animatore raccoglie tutti i post-it, cioè i pensieri individuali, che verranno letti pubblicamente e appiccicati su un wall. Successivamente i partecipanti vengono invitati ad avvicinarsi alla lavagna. Istintivamente ognuno andrà a cercare i post-it che esprimono un concetto simile al proprio. Si procederà quindi spostando il proprio pensiero per avvicinarlo ai post-it più prossimi. Seconda domanda. Seconda selezione. E’ importante che l’animatore non intervenga affinché la strada non sia contaminata dalla leadership, ma resti un processo orizzontale. Si procede nello stesso modo per ogni domanda fino al termine della ricerca. L’obiettivo del metaplan non è raggiungere un risultato definito, ma far confluire le idee in una direzione finalizzata ad una sintesi comune. Il metaplan è molto efficace quando ci si trova ad operare in un gruppo estremamente eterogeneo.

ABACO DI REGNIER. Uno strumento visivo che viene spesso utilizzato nella gestione dei gruppi perché facilita il processo decisionale e la contrattazione collettiva. E’ stato inventato da François Régnier, dottore in medicina. Le prime versioni erano costituite da una griglia e da cubi colorati. La versione informatica consente un’elaborazione più rapida delle informazioni. Funziona così: viene proposta una serie di affermazioni ad un gruppo di persone, anche numeroso. Ogni partecipante risponde a ciascuna affermazione usando un codice colore, dal verde al bianco, a seconda del valore di riconoscibilità nell’affermazione. Ogni risposta viene raccolta in una griglia in cui progressivamente prende forma la geografia del gruppo fino a definire i caratteri maggioritari e quindi identitari.

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WORLD CAFE’. Un metodo semplice ed efficace nel dar vita a conversazioni informali, vivaci e costruttive, su questioni e temi che riguardano la vita di un’organizzazione o di una comunità. Deve essere comunicato e gestito come un evento. Ogni world café ha quindi un nome e una gestione precisa anche in termini di allestimento. Viene ricreata l’ambientazione intima e accogliente di un caffè, con tavolini rotondi adatti ad ospitare ognuno dalle 4 alle 6 persone. I tavolini sono disposti in modo libero in una stanza e sono dotati di materiali per annotare, disegnare, scrivere, in altre parole, per fissare le idee. Ha delle regole precise: 1) concentrati su ciò che è importante; 2) contribuisci con le tue idee; 3) appassionati; 4) non giudicare; 5) ascolta per comprendere; 6) connetti le tue idee a quelle degli altri; 7) lascia una traccia; 8) divertiti. Si lancia una suggestione, uno stimolo che deve essere preciso perché condizionerà la discussione in modo determinante. Ad esempio un video, una lettura, una canzone. Presso ogni tavolo rimane un “oste” che dovrà sollecitare l’intervento di tutti i partecipanti e registrare la discussione. L’oste porge la prima domanda e ogni tavolo discute. Per per ogni discussione c’è un tempo a disposizione di circa 10 minuti al termine dei quali si cambiano i tavoli e si prosegue la discussione. L’oste ha il compito di sintetizzare la discussione al gruppo successivo in modo da favorire la contaminazione e lo scambio di idee tra un gruppo e l’altro. Il processo si conclude con una sessione plenaria in cui agli interventi di restituzione si aggiungono i commenti dei singoli partecipanti a proposito delle scoperte fatte.

 

Inizia la formazione

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Oggi abbiamo iniziato a studiare.  Ci siamo riuniti nella Sala degli Specchi della Fondazione Amleto Bertoni per fare brainstorming totale e riflettere insieme a Giovanni Campagnoli* e Hangar Piemonte sulle modalità più opportune per raggiungere i nostri obiettivi. Per creare luoghi adeguati a realizzare processi e progetti di comunità che partano dai giovani stessi, Giovanni Campagnoli, fornisce una chiara definizione degli “spazi giovanili di matrice europea”: sono “luoghi che nascono per rispondere in particolare al bisogno dei giovani di incontrare coetanei, ma anche di svolgere attività che soddisfino le loro aspettative creative, di confronto anche con il mondo adulto, che offrano la possibilità di partecipare attivamente alla vita del luogo stesso e della comunità locale, l’apprendimento, l’orientamento, l’acquisizione di competenze e l’assunzione di un ruolo sociale nell’ambito della propria comunità”. Sono quindi “strutture guidate da animatori socioeducativi in cui tutti i giovani, inclusi quelli non appartenenti ad alcuna organizzazione ed i giovani con minori opportunità, possono incontrarsi, creare ed essere coinvolti in progetti” di crescita collettiva.

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*Autore di Riusiamo l’Italia, consulente di Hangar piemonte e project manager che lavora in spazi “non convenzionali” di accelerazione di start up giovanili innovative, in ambito culturale e creativo.

Un nuovo spazio giovani

Nelle ultime settimane ha preso il via la progettazione del nuovo spazio giovani all’interno della struttura Ex caserma Musso, nei locali al piano terra che ospitavano il museo Amleto Bertoni. La realizzazione di questo spazio è un obiettivo del progetto #com.viso e verrà effettuata con la partecipazione dei futuri destinatari. Alberto e Letizia, gli educatori territoriali, hanno infatti coinvolto i giovani fin dall’inizio, organizzando una serie di incontri per raccogliere i desideri e le aspettative dei ragazzi da inoltrare allo studio Martina di Manta che si occuperà della progettazione.

Dopo un primo incontro preliminare tra gli architetti e gli educatori, a cui ha partecipato anche l’assessore Andrea Momberto, i ragazzi sono stati invitati nello studio per visionare il progetto in corso e confermare o meno quanto era emerso nelle prime riunioni. Lo spazio ospiterà una sala prove musicale ed è stato immaginato come versatile e accogliente, in modo da essere adattato alle esigenze di tutti i fruitori.

L’aspetto interessante è che si sta lavorando in un’ottica di recupero di materiali già esistenti e stoccati nei magazzini comunali. Tavoli, sedie e scaffali che presto riprenderanno vita anche grazie all’intervento diretto dei ragazzi ai quali verrà affidato il compito di riabilitare i vecchi mobili caduti in disuso e arredare al meglio uno spazio destinato a tutti.

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Grenoble sola andata

Arriviamo a Grenoble con mezz’ora di ritardo, ma questa volta la colpa è della coda di camion al traforo del Frejus. Olivier ci aspetta davanti alla Casemate. Entriamo e subito ci sembra di trovarci in un posto familiare. Quintine ci racconta il FabLab e ci guida negli spazi che, come ogni FabLab, è un mondo incredibilimente affascinante: stampanti 3D, banchi di taglio laser, plotter, seghe circolari e carte elettroniche Arduino. Ma soprattutto la filosofia del Do it yourself che impera, anima gli spazi e regola le attività organizzate per i giovani del territorio. La cosa interessante è che non esiste un format vero e proprio, ma ogni FabLab può essere pensato e gestito in relazione alle necessità di chi lo propone. Usciamo due ore dopo con lo zaino carico di idee.

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Nel pomeriggio, ci spostiamo in Università per una riunione tecnica e di confronto transfrontaliero. L’idea è mettere sul tavolo punti di forza e debolezze dei percorsi reciproci in modo da pianificare al meglio le strategie operative dei prossimi mesi. Qui sotto un breve report:

Saluzzo. Alberto e Letizia raccontano la loro esperienza: la politica giovanile a Saluzzo è iniziata nel 2008 quando ci siamo chiesti che cosa volesse dire lavorare con i giovani. Abbiamo iniziato facendo una mappatura e cercando di capire la relazione tra attivismo e associazionismo. Poi abbiamo confrontato la teoria sulle politiche giovanili ed i risultati della mappatura. Abbiamo capito che era importante ridurre la distanza tra giovani ed istituzioni e avviato un tavolo delle politiche giovanili locale. Abbiamo avviato azioni top down attraverso l’educativa di strada con due obiettivi: partecipazione e prevenzione sociale. L’obiettivo era costruire una visione positiva dell’educatore. Abbiamo promosso la nascita di una società di Rugby e ci siamo inventati la Weycup. Abbiamo visto aumentare il numero di ragazzi, sia player sia unpluggers. Abbiamo visto crescere le relazioni e le reti. A quel punto è stato naturale lavorare per favorire le azioni di creazione partecipata di iniziative ed eventi.

Briancon. Olivier descrive il processo di relazione tra pubblico e privato: i comuni mettevano i soldi, ma si sono progressivamente tirati indietro. Non si riescono a garantire stipendi agli educatori che quindi se ne vanno. In generale la situazione sta peggiorando. Ci sono sempre meno iniziative, scarsa volontà politica, e scarse risorse. Sia a livello locale sia nazionale. Le uniche azioni sono di carattere istituzionale come il servizio civile oppure relative a situazioni gravi di devianza. La presenza di molte associazioni culturali e sportive maschera la situazione difficile. Tutto o quasi è demandato alle 5 strutture di assistenza sociale. Olivier cerca di spiegare che è grave confondere l’azione dell’educatore con quella dell’animatore. E non è difficile comprenderne le ragioni.

Guillestrois-Queyras. Clotilde racconta il contesto che ha portato alla nascita dell’ACSSQ: le case della gioventù promosse dal ministero sono state una bella esperienza che però ha iniziato a scomparire vent’anni fa. Erano luoghi autogestiti che hanno finito per morire quando è aumentato il bisogno di controllo ed è diminuita la spinta all’iniziativa. Dunque non c’è più nulla da tempo a livello istituzionale. ACSSQ sta riempiendo questo vuoto proponendo azioni diverse: rivolte ai bambini di ludoteche; rivolte ai ragazzi donando loro delle competenze formative come fundraising per eventi e viaggi; rivolte ai più grandi di carattere culturale finalizzate allo sviluppo d’impresa individuale per farli restare (o trattenerli se tornano dopo l’Università). Recentemente i territori hanno iniziato ad aggregarsi per sopperire alle carenze e pianificare azioni intercomunali.

La riflessione generale è questa: i cambiamenti socioeconomici in corso dimostrano che più i progetti sono concreti più i giovani sono interessati a partecipare nonostante poi cerchino nella vita un contratto dipendente e vedano l’impresa individuale come un’alternativa al ribasso. Diventa quindi importante e decisivo offrire al target del progetto due opzioni:

INCUBATORE PER I LICEI: offrire degli strumenti fondamentali per orientarsi nel tempo e sul territorio in modo che possano poi fare esperienze fuori (lavoro e università nelle grandi città) e tornare più forti e consapevoli.
THINK TANK PER GLI UNIVERSITARI: orientamento. Ti racconto il mondo, come funziona, come cambia per farti capire che hai delle risorse che possono essere investite in un’impresa. Ci sono delle nicchie di mercato (anche locale/territoriale) nei grandi filoni produttivi nei quali ti puoi inserire.

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prove di benchmarking

La carovana si da appuntamento alle 9.30 a Torino. Ad aspettarci Valeria Dinamo e Valeria Spada di Hangar Piemonte. Saranno loro i ciceroni di questa giornata di studio degli spazi più innovativi che offre la città. Il primo che visitiamo è Toolbox Coworking, un hub creativo dedicato al lavoro che promuove la collaborazione, la serendipity e la cross-disciplinarietà, una vera e propria piattaforma abilitante per dare forma a nuove idee di business, allargare la rete professionale e dare forza ai progetti. Alla base di Toolbox c’è un’idea imprenditoriale forse un po’ distante dalle logiche del nostro progetto, ma ci portiamo a casa alcune intuizioni molto utili. Per esempio che il senso del coworking è fare massa critica oltre a creare una comunità di professionisti. Per esempio che è fondamentale lavorare sulla creazione dei significati, dichiarare i valori di cui si è veicolo e lavorare sulla rassicurazione emotiva di ci frequenta uno spazio. Che cosa significa per la gente frequentare uno spazio? Più la risposta è organizzata, più lo spazio funziona.

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Seconda manche. Social Fare, rinascimenti sociali, il Centro per l’Innovazione Sociale che progetta e supporta idee e soluzioni innovative per rispondere alle sfide sociali contemporanee. Un hub di innovatori sociali che applicano il design sistemico e il design thinking per portare sul territorio sperimentazioni scalabili capaci di sviluppare servizi di comunità, accelerino imprenditorialità sociale, costruiscano sostenibilità, reti e finanza a impatto sociale.

Pausa pranzo. Ci spostiamo ai laboratori di Barriera in Via Baltea 3, un luogo multifunzionale con laboratori artigianali, un’attività di ristorazione e spazi per i servizi per i cittadini ed il quartiere. Sorge nei locali di una ex tipografia storica della città che è stata completamente riqualificata ed oggi offre spazi ed emozioni a misura d’uomo. Via Baltea 3 ha come scopo quello di riuscire a integrare le attività commerciali e produttive con un’attenzione particolare all’aspetto della socialità e della costruzione di relazioni solidali e di qualità. Uno dei fili conduttori è quello della produzione e autoproduzione: nei Laboratori di Barriera si producono beni e servizi, ma sono anche luoghi in cui si intende promuovere il riciclo, l’autoriparazione, il risparmio dei consumi, lo scambio.

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Poco distante si trova Open Incet, il Centro di Open Innovation della città di Torino. Una piattaforma per l’incrocio tra domanda e offerta di innovazione, un ponte di collegamento tra ecosistemi per l’innovazione a livello internazionale, Open Incet è un centro per trasformare idee, ricerca e tecnologia in valore condiviso per il territorio e i suoi attori economici e sociali. Pensato come una piattaforma di incrocio tra domanda e offerta di innovazione, Open Incet si propone di diventare un punto di intersezione tra realtà diverse, in cui sviluppare un linguaggio comune tra pubblico e privato, tra innovatori e imprese consolidate, con la finalità di aumentare il potenziale d’innovazione sociale e tecnologica del territorio e l’attrazione di investimenti nazionali ed internazionali nell’area torinese.

Ultima tappa della giornata intensa è la Lavanderia a Vapore, nuovo centro regionale della danza, residenza artistica che unisce il rilancio di uno spazio sull’area metropolitana a processi strutturati di sostegno alla creazione emergente. Un luogo denso di significati, collocato nei magnifici spazi ristrutturati della lavanderia di quello che era il più grande ospedale psichiatrico di Italia. Oggi il centro è riconosciuto a livello nazionale e internazionale, grazie a una innovativa politica di gestione basata sul rinnovamento dei processi creativi e al confronto artistico, secondo il modello dei centri coreografici europei.

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